Volkswagen, l’allarme dei vertici: il nostro modello non è più sostenibile


Data inizio: 29-04-2026 - Data Fine: 29-06-2026


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Dalla Germania arriva un nuovo segnale sulle difficoltà del Gruppo Volkswagen. Il 27 aprile, il consiglio di sorveglianza ha tenuto una riunione per esaminare un rapporto elaborato dal consiglio di gestione guidato da Oliver Blume, con l'assistenza della società di consulenza Boston Consulting Group. 

L'incontro è stato di natura informale e quindi non ha prodotto alcun comunicato, ma le ricostruzioni della stampa tedesca, a partire dall'agenzia nazionale Dpa, sono concordi: i due massimi organi amministrativi considerano l'attuale modello di business del costruttore di Wolfsburg "non più sostenibile". In sintesi, nonostante le continue iniziative di efficientamento e tagli dei costi, il gruppo fa fatica a tenersi in piedi e pertanto servono ulteriori misure di ristrutturazione.

"Non guadagniamo abbastanza"

Il rapporto non fa altro che confermare analoghi allarmi lanciati a più riprese negli ultimi mesi dallo stesso Blume (foto sopra). Il messaggio emerso dalla riunione è chiaro: Volkswagen deve “cambiare nelle sue fondamenta” e, soprattutto, raggiungere “miglioramenti sostenibili”. A tal proposito, l'amministratore delegato ha sì evidenziato come il gruppo abbia “solide fondamenta”, ma ha anche lanciato un allarme: “Al momento non stiamo guadagnando abbastanza con i nostri veicoli per finanziare in modo sostenibile il nostro futuro”.

Nell'attuale contesto operativo, i tagli già pianificati non sono sufficienti e pertanto il gruppo deve continuare a ridurre la sua base costi per resistere a fattori negativi, come la crescente instabilità geopolitica. “Dobbiamo cambiare radicalmente il nostro modello di business e conseguire miglioramenti strutturali e sostenibili”, ha rincarato la dose il direttore finanziario Arno Antlitz.

Per farlo, potrebbero servire ulteriori misure di ristrutturazione, tra cui la chiusura di stabilimenti, un piano di salvataggio per Porsche, una nuova strategia per Audi e, più in generale, un nuovo modus operandi per affrontare la crisi.

Meno modelli, piattaforme e tecnologie

Già lo scorso marzo, durante la presentazione dei risultati finanziari, Blume ha annunciato di essere al lavoro su una nuova “visione del Gruppo Volkswagen al 2030”, spiegando che il modello di business “che ci ha sostenuto per decenni” non funziona più, né per Volkswagen, né per il settore, né per la Germania nel suo complesso. La risposta è una strategia incentrata sul miglioramento dell'efficienza dei costi: “Non lasceremo nulla di intentato. Questo vale per tutti i tipi di costi”, ha sottolineato il manager.

Gli aspetti chiave della nuova visione sono stati ora condivisi con il consiglio di sorveglianza: semplificazione del portafoglio prodotti, riduzione del numero di piattaforme e tecnologie, definizione più chiara delle responsabilità tra gruppo, marchi e regioni e allocazione delle risorse dove creano maggiore valore aggiunto. E questo vale anche per gli impianti. Come indicato da Blume in una recente intervista a Manager Magazine, la capacità produttiva globale dovrà essere ridotta di un milione di veicoli, “fino a raggiungere un livello sostenibile di nove milioni di unità all'anno”. Un obiettivo in linea con le vendite del 2025 (8,98 milioni).

Stabilimenti sotto osservazione

“La sovracapacità non è sostenibile a lungo termine per la nostra azienda. E nell'attuale contesto di mercato e competitivo, la pianificazione dei volumi basata sul passato non è realistica”, ha aggiunto Blume, precisando che non è stata ancora presa alcuna decisione sugli impianti. “Esistono metodi più intelligenti della semplice chiusura di uno stabilimento”, ha proseguito il CEO, ricordando le trattative in corso per convertire la fabbrica di Osnabrück (foto sopra) a produzioni militari.

Un'estate calda per l'auto tedesca?

Alla riunione sono intervenuti anche altri top manager. L'amministratore delegato di Audi, Gernot Döllner (foto sopra), ha tracciato uno scenario molto duro: “Non si tratta più di un singolo modello o di una quota di mercato qua e là. Si tratta della sopravvivenza dell'industria automobilistica tedesca”. Il numero uno di Porsche, Michael Leiters, ha invece parlato delle “sfide attuali come un'opportunità”, chiarendo però che per riportare Zuffenhausen “al suo antico splendore” servirà tempo: “Non accadrà dall'oggi al domani”.

Il processo, in ogni caso, sarà tutt'altro che semplice, soprattutto se il ridimensionamento dovesse tradursi nella proposta di chiudere altri impianti tedeschi oltre a quelli già dismessi o in fase di dismissione, come previsto dal famoso Accordo di Natale del 2024 con i sindacati. La politica locale ha già alzato le barricate, come dimostrano le parole di Olaf Lies, presidente del consiglio della Bassa Sassonia, il Land che detiene il 20% del gruppo e dispone di poteri di veto sulle decisioni strategiche. Pur riconoscendo la necessità di adattarsi al mercato, Lies ha dichiarato a Welt am Sonntag che ciò “non significa necessariamente chiudere stabilimenti in Europa”.

In questo contesto, i sindacati hanno già respinto qualsiasi ipotesi di nuovi sacrifici a carico dei lavoratori. Di certo, i prossimi mesi non saranno facili e in Germania c'è già chi parla di “un'estate molto calda per Volkswagen”.




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