La guerra in Iran ha prodotto e sta producendo pesanti ripercussioni sui mercati energetici e, in particolare, sui prezzi di materie prime come petrolio e gas, ancora fondamentali per l'economia globale. Non a caso, le quotazioni del greggio sono da giorni nel pieno di una fase rialzista. Il Brent, l'indice di riferimento a livello internazionale (il WTI, invece, è il benchmark per il petrolio statunitense), quota intorno ai 100 dollari al barile ed è arrivato a toccare anche i 120 dollari, ma non è mai balzato verso la soglia dei 200 dollari minacciata da Teheran e prevista da alcuni analisti.
Dunque c'è da chiedersi perché il Brent non sia arrivato a raddoppiare le sue quotazioni attuali. La domanda l'abbiamo posta a una delle voci italiane più autorevoli sulle materie energetiche: Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia. “Sono stupefatto che non sia arrivato a quel livello”, ci risponde Tabarelli, ponendo l'accento su un evidente paradosso: la reazione dei mercati, in un certo senso pacata, a quella che è, a tutti gli effetti, la peggior crisi petrolifera di sempre.
“Sono rimasto impressionato da quanto avvenuto nell'ultimo mese”, afferma l'esperto. “Il petrolio è diventato la linfa vitale dell'economia globale, in particolare dei Paesi occidentali, dal secondo dopoguerra in poi. Da allora c'è sempre stata una grande instabilità, ma non c'è mai stata una chiusura dello Stretto di Hormuz, una circostanza vista sempre con grandissimo terrore. Ora è avvenuto proprio questo, ma non c'è panico: il mercato ha reagito con estrema calma”.
“Siamo in una crisi ben peggiore di quelle del 1973 o del 1979", prosegue. "Il prezzo sarebbe dovuto arrivare anche a 140 dollari, se non di più. E, invece, siamo sugli stessi livelli di prezzo visti nel 2022, con la guerra in Ucraina”.
Il presidente di Nomisma Energia, che ricorda anche i benefici della grande disponibilità di petrolio ("Oggi c'è un mare di greggio sul mercato”), concorda comunque con i tanti altri esperti sentiti nelle ultime settimane per il nostro speciale sul conflitto mediorientale: per evitare un peggioramento è preferibile una soluzione rapida alla crisi.
“La chiusura duratura dello Stretto di Hormuz, un'ipotesi improbabile alla luce degli ultimi sviluppi diplomatici, porterebbe a prezzi del petrolio straordinariamente alti”, avverte Tabarelli. “Io la situazione la vedo drammatica, i mercati la vedono ‘normale'. È evidente che si aspettano una rapida soluzione della crisi. Del resto, non è neanche minimamente immaginabile l'ipotesi di una chiusura di Hormuz per tre mesi. Di sicuro c'è incertezza, ma per ora - lo ripeto - i mercati hanno fiducia in una conclusione veloce della crisi”.