La proposta svelata il 4 marzo include in effetti una serie di disposizioni che vincolano l'accesso ad appalti e incentivi pubblici al principio dell'origine nell'Unione Europea. Uno dei requisiti impone, per esempio, che un veicolo elettrico o ibrido plug-in possa accedere a programmi di incentivazione solo se prodotto nella UE, con componenti, quali le batterie, per almeno il 70% provenienti dal blocco comunitario.
Di fronte a una disposizione del genere, i dirigenti della Nissan avrebbero parlato di una "minaccia esistenziale", perché le norme escluderebbero i veicoli della Casa dall'accesso a incentivi e altri contributi di natura pubblica e ridurrebbero la sostenibilità economica del maggior impianto automobilistico del Regno Unito.
La fabbrica di Sunderland impiega 6.000 dipendenti e ha una capacità teorica di 600.000 auto all'anno, ma i volumi effettivi sono di molto inferiori a causa del calo della domanda.
Detto questo, i timori della Casa sono identici a quelli dell'intera filiera dell'auto britannica. Mike Hawes, numero uno dell'associazione di rappresentanza del settore, la Smmt, si è detto "seriamente preoccupato" perché il Made in EU rischia di discriminare veicoli e componenti prodotti nel Regno Unito e di compromettere scambi commerciali del valore di quasi 70 miliardi di sterline all'anno. Di fatto, i produttori britannici verrebbero messi "in una situazione di svantaggio competitivo sistemico nel mercato dell'UE".
Inoltre, la proposta, nella sua formulazione attuale, potrebbe anche violare l'accordo di cooperazione commerciale raggiunto da Bruxelles e Londra dopo la Brexit.
Di conseguenza, Hawes ha invitato il suo governo e i rappresentanti della Commissione europea a "risolvere urgentemente la situazione", estendendo "lo status di partner fiduciario al settore automobilistico del Regno Unito". In sostanza, l'industria automobilistica britannica deve rientrare tra i partner esteri che la stessa Commissione ha citato espressamente nella sua proposta.
Infatti, il principio dell'origine europea potrebbe essere applicato anche ai prodotti provenienti da Paesi con cui sono vigenti accordi di libero scambio o di unione doganale.