Alto un metro e 65 per 60 chili di peso, Aeon ha due "braccia" alle quali possono essere applicati diversi strumenti che gli permettono di afferrare, manipolare e usare oggetti e utensili. Gli “occhi” scansionano l'ambiente e riconoscono oggetti, codici a barre e QR, mentre per muoversi usa due ruote.
Ma un robot è nulla senza “intelligenza” e così Aeon è in realtà solo una porzione di un ecosistema più complesso. BMW ha abbracciato appieno la Physical AI, l'intelligenza artificiale fisica, un cambio di paradigma in cui algoritmi e ambiente comunicano tra loro.
Semplifichiamo: un robot di base non fa molto di più che replicare dei comandi. Ma con la Physical AI quella macchina si muove in un ambiente che conosce bene grazie al gemello digitale della fabbrica, ha contezza del mutamento delle condizioni grazie ai dati raccolti da attuatori e sensori sparsi per l'impianto e, grazie agli agenti AI, i software che lo muovono, è in grado di percepire l'ambiente, ragionare, pianificare e quindi agire per raggiungere obiettivi specifici. In più può cambiare in corsa il modo di raggiungerli nel caso in cui qualcosa vari nell'ambiente fisico.
Per fare tutto ciò però occorre un cambio di paradigma anche a livello digitale. BMW ha dovuto creare un'infrastruttura aperta, una piattaforma comune in cui confluiscono tutti i dati raccolti nella fabbrica dai vari sensori. Questa forma un ambiente sicuro e controllato in cui addestrare gli agenti AI prima dello sbarco nel mondo fisico e in cui questi continuano a imparare una volta sul campo.
“Aeon affiancherà gli umani da cui sta imparando il lavoro”, avvertono da BMW. Per ora infatti gli automi lavoreranno con gli umani sulla linea di produzione delle auto, ma presto saranno impiegati in altre mansioni, tra cui quelle pericolose per l'uomo, come la creazione delle batterie.