Come in uno scenario distopico, degno di Blade Runner, i colossi dell'automotive stanno investendo miliardi per creare le “dark factory”, le fabbriche buie: stabilimenti altamente automatizzati, con pochissimi esseri umani al lavoro, tanto da rendere quasi superflui luce e riscaldamento.
ABI Research, società globale di consulenza tecnologica, prevede che i primi siti produttivi completamente robotizzati apriranno entro il 2030 negli Stati Uniti e in Cina. Già oggi, infatti, diverse Case stanno sperimentando livelli di automazione “a luci spente” in alcune sezioni dei loro impianti.
I robot, guidati da algoritmi di intelligenza artificiale e sensori avanzati, non hanno bisogno di luce visibile né di ambienti mantenuti a 20 gradi. L'assenza di ventilazione e condizionamento riduce drasticamente i costi energetici e l'impronta di carbonio.
In più, i robot possono lavorare 24/7, senza turni, pause o ferie, minimizzando gli errori. Alcuni sistemi richiedono comunque temperature controllate e, per manutenzione e ispezioni, una quota di personale umano continuerà a essere necessaria.
Addio quindi alle cattedrali di rumore e calore popolate da migliaia di persone: al loro posto nasceranno organismi silenziosi, freddi e bui, operativi senza sosta per produrre la mobilità di domani. Il risultato? Qualità costruttiva superiore e margini di profitto più elevati, anche se servirà tempo per ammortizzare gli enormi investimenti tecnologici.
Oltre al risparmio energetico, verranno ridotti gli sprechi di materie prime e gli scarti di lavorazione, con una gestione più efficiente dei componenti e scorte ridotte al minimo. Costruire un'auto potrà costare fino a un terzo in meno, con potenziali benefici anche per i listini.
La Cina, già leader mondiale nella produzione di auto elettriche, vede nell'automazione totale una leva per diventare ancora più competitiva sui mercati globali.
Gli Stati Uniti, invece, guardano alle dark factory come allo strumento che riporterà la produzione industriale sul suolo americano, in linea con le politiche di rilancio industriale sostenute da Trump.
L'avvento delle fabbriche buie solleva interrogativi etici e sociali. È vero che crescerà la domanda di supervisori remoti – in grado di controllare più impianti da centri digitali – e di tecnici altamente specializzati nella manutenzione dei sistemi robotici.
Ma il numero complessivo di addetti è destinato a ridursi drasticamente. La transizione verso modelli produttivi automatizzati impone quindi un tema urgente: quello della riconversione professionale.
Allo stesso tempo, le dark factory rischiano di ampliare il divario tra i Paesi in grado di sostenere gli ingenti investimenti richiesti per robotica e intelligenza artificiale e quelli che invece potrebbero restare indietro. Una trasformazione capace di ridisegnare la geografia industriale globale.